Una perla per ricordare: “Dovrete perdonarmi”

(Si consiglia di leggere l’articolo con il video in sottofondo)

Eduardo Sacheri, scrittore argentino conosciuto per aver emozionato gli amanti del calcio con i suoi racconti, è passato per Mendoza e ha fatto un discorso al Le Parc. In una sala rosso fuoco, l’autore del romanzo che ha ispirato Il Segreto dei suoi occhi e il film d’animazione Metegol, ha presentato il suo libro e risposto alle domande dei presenti. Aneddoti, risate e soprattutto molti ricordi hanno riempito la notte di Guaymallén.

Dopo la sua visita tanto attesa, vale la pena ricordare uno dei suoi maggiori successi: Me van a tener que disculpar, che Sacheri ha pubblicato nel suo libro Esperandolo a Tito y otros cuentos de fútbol, dedicato in particolare a Diego Armando Maradona. La narrazione di Alejandro Apo lo rende ancor più emozionante. Imperdibile!

Di Eduardo Sacheri

DOVRETE PERDONARMI

A Diego…

Dovrete perdonarmi. So bene che un uomo che vuole essere una persona per bene deve comportarsi secondo certe norme, accettare alcune regole, adeguare il suo modo di essere a determinate condizioni convenute da tutti. In altre parole, se vogliamo essere persone coerenti, dobbiamo valutare la nostra condotta e quella dei nostri simili sempre con stessa misura. Non sono ammesse eccezioni, perché queste minerebbero il nostro giudizio etico, la nostra coscienza critica, il nostro criterio legittimo.

Non possiamo vivere rimproverando i rivali e perdonando gli amici in quanto tali. Non sono neanche tanto ingenuo da supporre di potermi sottrarre agli affetti e alle passioni sacrificandoli in nome di un’imparzialità immacolata. Diciamo che andiamo avanti provando a non allontanarci troppo dalla retta via, cercando di far sì che amori e rancori non stravolgano irrimediabilmente la logica.

Ad ogni modo dovrete perdonarmi, signori. C’è un tizio con il quale non ci riesco, seppur ci provi. Mi dico: non possono esserci eccezioni, non devono esserci. E il perdono che richiedo da voi è ancor maggiore, perché il tizio di cui parlo non è un benefattore dell’umanità, né un sant’uomo, né un impavido guerriero che ha consolidato l’integrità della mia patria. No, niente di tutto ciò. Questa persona svolge un’attività molto più profana. Vi anticipo che si tratta di un atleta. Figuratevi quindi, signori. Ho scritto finora duecento sessantatré parole parlando del criterio etico e delle sue limitazioni, e tutto per un semplice signore che si guadagna da vivere dando calci a un pallone. Potreste, infatti, dirmi che ciò rende il mio atteggiamento ancor più riprovevole. Potreste avere ragione. Forse per questo ho iniziato queste righe chiedendo scusa.

Tuttavia, sebbene sia consapevole di tutte queste cose, non riesco a cambiare il mio atteggiamento. Continuo a essere incapace di giudicarlo con la stessa misura con cui giudico il resto degli esseri umani. E attenzione, perché non solo non è un pover’uomo pieno di virtù. Ha forse tanti difetti come chi scrive queste righe, o come chiunque altro. Ma non cambia nulla. Nonostante tutto, signori, continuo a essere incapace di giudicarlo. Il mio giudizio critico si trattiene dinanzi a lui e lo risparmia.

Ma, si badi bene, questo non è un capriccio insensato. È un qualcosa di più profondo, se mi è consentito definirlo in questo modo. Sarò più esplicito. Io lo perdono perché sento di dovergli qualcosa. Gli devo qualcosa e so che non ho modo di sdebitarmi. O forse è proprio questa la singolare moneta che ho trovato per saldare il debito. Diciamo che il mio bisogno di sdebitarmi trova pace evitando ogni tipo di rimprovero.

Lui non sa nulla di tutto ciò. Questo rende il mio pagamento assolutamente anonimo. Come anonimo è il debito che ho nei suoi confronti. Diciamo che lui non sa che gli devo qualcosa, e ignora gli ingenti sforzi che faccio ogni volta per ripagarlo.

Per fortuna o per disgrazia, l’opportunità di sdebitarmi si presenta spesso, perché parlare di lui, tra argentini, è quasi uno sport nazionale. Che sia per innalzarlo fino al paradiso o condannarlo al fuoco eterno dell’inferno, noi argentini proviamo un certo gusto nel pronunciare il suo nome ed evocare la sua memoria. È proprio in quel momento che cerco di essere serio e distaccato, senza riuscirci. La mole del mio debito non me lo permette. E quando mi chiedono la mia, preferisco evitare e cambiare argomento, passando parola nell’ágora del bar nel pomeriggio. Neanche a dire che mi trovi dalla parte dei sostenitori più accaniti. Evito tanto gli elogi superlativi e rimbombanti come i dardi avvelenati e ingannevoli. Inoltre con il tempo ho visto più di uno passare dalla parte degli inquisitori a quella degli applauditori commossi, e viceversa, senza batter ciglio. E tra l’altro, entrambe le parti mi sembrano assolutamente ripugnanti.

Per questo motivo rimango in silenzio o cambio argomento. E quando a volte qualcuno dei ragazzi non me lo permette, mettendomi alle strette con una domanda diretta che attraversa l’aria chiamando specificatamente il mio nome, prendo fiato, faccio finta di pensare e dico qualche sciocchezza del tipo «non so, dovrei pensarci»; oppure a volte azzardo un «vallo a sapere, ci sono tante cose da considerare». È che ho troppo pudore per approfondire come sto facendo in questo momento. Sono incapace di condannare i miei amici al terribile supplizio di ascoltare le mie argomentazioni e giustificazioni.

Per cominciare dovrei dire che la colpa di tutto ciò è del tempo. Sì, proprio così, il tempo. Il tempo che si ostina a trascorrere, quando a volte dovrebbe restar fermo. Il tempo che in maniera infame interrompe i momenti perfetti, immacolati, indimenticabili, completi. Perché se il tempo si fermasse lì, immortalando tutti gli esseri umani e le cose nel momento giusto, ci libererebbe dalle delusioni, dalla corruzione e dagli infimi tradimenti così propri di noi mortali.

In realtà è per quest’aspetto tanto imperfetto del tempo che mi comporto in questo modo. Come per rimediare, nel mio piccolo, a queste ingiuste barbarie compiute dal tempo. Ogni volta in cui del suo nome viene fatta menzione, ogni volta in cui sono invitato alla festa della sua celebrazione o massacro, io mi sottraggo a questo presente totalmente profano, e con la memoria che l’essere umano riserva per le questioni essenziali, rimando a quel giorno, al giorno indimenticabile in cui mi vidi obbligato a suggellare quel patto che fino ad oggi ho tenuto segreto. Un patto che potrebbe portarmi (lo so) a essere tacciato di campanilismo. Nonostante sia tra quelli che non amano mischiare sport e nazione, in questo caso accetto tutti i rischi e le potenziali penalità.

Diciamo che la mia memoria rappresenta il tragitto per riportare il tempo al luogo cristallino dal quale non doveva spostarsi, perché era il punto esatto in cui avrebbe dovuto fermarsi per sempre, almeno per il calcio, per lui e per me. Perché la vita è così, a volte si mettono insieme i pezzi per ottenere un mosaico del genere. Per arrivare a quei momenti dopo i quali niente sarà più come prima. Perché non può. Perché tutto è cambiato. Perché per la pelle e per gli occhi è entrato qualcosa di cui non riusciremo mai a liberarci.

Quella mattina sarà stata come tutte le altre, il mezzogiorno pure. E il pomeriggio prosegue, come tanti altri. Un pallone e ventidue tizi. E altri milioni di tizi incollati agli schermi, col cuore in gola, da ogni angolo del pianeta. Però, attenzione, questo pomeriggio è diverso. Non è una partita. O meglio: non è solo una partita. C’è molto più. C’è molta rabbia e molta frustrazione accumulata in tutti questi tizi che guardano la televisione. Sono emozioni che non nascono per il calcio, ma in un altro luogo. Un luogo molto più ostile, molto più lontano. Ma a noi, noi argentini, non resta che rispondere sul campo di calcio, perché non abbiamo altro luogo, perché siamo pochi, perché siamo soli, perché siamo poveri. Però, qui siamo in campo, un pallone, o loro o noi. Una nostra vittoria non farà sparire il dolore né metterà fine all’umiliazione. Ma se vincono loro. Ah, se vincono loro. Se vincono loro, l’umiliazione diventa ancora più grande, più dolorosa, più intollerabile. Dovremo rimanere a guardarci in faccia dicendo in silenzio “ti rendi conto, neanche qui, non ci è stato dato neanche questo”.

E quindi lì ci sono i tizi. I nostri undici contro i loro undici. È calcio, ma è molto più che calcio. Perché quattro anni sono poco per non sentire il dolore e placare la rabbia. Per questo non è solo calcio.

E con simili episodi di un pomeriggio burrascoso e un simile prologo di tragedia, arriva questo tizio e si riprende per sempre il nostro cielo. Perché affronta gli avversari e li umilia. Perché li deruba. Perché lo fa davanti ai loro occhi. E ad ogni modo restituisce loro il favore, un furto per un altro, per il più grande, per quello infinitamente maggiore e oltraggioso. Perché anche se non cambierà nulla, loro sono lì nelle loro case, nei loro pub, a mangiarsi le mani e gli schermi dalla rabbia, dalla pura impotenza per questo tizio che finisce la sua corsa guardando di sfuggita l’arbitro che se la beve e indica la metà campo.

Solo questo già è storia. Già sembra abbastanza. Perché hai sottratto qualcosa a quelli che ti avevano derubato per primi. E anche se quello che ti hanno tolto loro ti fa più male, gioisci lo stesso consapevole che questo fa male a loro. Ma c’è dell’altro. Anche se qualcuno arrivato a questo punto potrebbe dire, è sufficiente, mi basta così, c’è di più. Perché il tipo oltre a essere un furbo è anche un artista. È molto più degli altri.

E avanza dalla sua metà campo, perché non ci siano dubbi che stia per fare qualcosa che nessuno ha mai fatto. E anche se non indossa la bandiera albiceleste (nell’occasione è azzurra) la porta sulle spalle. La stringe in una mano, perché nessuno la veda. Inizia a seminarli definitivamente, liquidandoli uno a uno e muovendosi al ritmo di una musica che loro, poveri stolti, non comprendono. Non sentono la musica, ma sentono invece uno strano bruciore, qualcosa che dice che la fine è prossima.

E il tizio va avanti, in modo tale che inizino a non crederci. In modo tale che non se lo scordino mai. In modo tale da fargli posare la birra o qualunque cosa tengano tra le mani. In modo tale da farli rimanere a bocca aperta e con la faccia da scemi, pensando che no, non può succedere, che qualcuno lo fermerà, che quel moretto vestito di azzurro e di argentino non entrerà in area con la palla incollata al piede, che qualcuno farà qualcosa prima che faccia una finta al portiere lasciandoselo alle spalle, che qualcosa succederà per rimettere a posto la storia, affinché sia come Dio e la regina comandano, perché nel calcio deve essere come nella vita, in cui è sempre il più forte a vincere ed è sempre il più debole a perdere. Si guardano tra di loro chiedendo a quello di fianco se si tratta soltanto un incubo. Però è inutile, perché neanche quando il tizio gli regala una frazione di secondo in più, quando il tizio rallenta per portarsela al sicuro sul mancino, nemmeno lì riescono a evitare di entrare nella storia come gli umiliati, gli undici inglesi annientati e increduli, i milioni di inglesi che guardano la tv senza voler credere a ciò che sanno sarà vero per sempre, perché il pallone va lì a morire nella rete per l’eternità, e il tizio va ad abbracciare gli altri alzando gli occhi al cielo. E non so se lui lo sa, ma fa bene guardare al cielo.

Perché derubarli andava bene, ma era poco. Perché ciò che ci avevano tolto loro  era troppo grande e quindi serviva umiliarli in maniera adeguata. Per averli immortalati in ogni momento in cui questo gol sarebbe stato visto e rivisto all’infinito, in ogni angolo del pianeta. Loro rivedendosi un milione di volte fino a stancarsi dalla ripetizione incredula. Loro esterrefatti, loro che non ce la fanno, loro che si guardano da casa mentre affondano definitivamente nella sconfitta, minuscola, calcistica, assoluta, eterna, indimenticabile.

Per questo signori, chiedo scusa. Ma non venite a dirmi di giudicarlo allo stesso modo in cui sono tenuto a giudicare il resto dei mortali. Perché gli devo questi due gol all’Inghilterra. L’unico modo che ho per ringraziarlo è lasciarlo in pace. Perché già il tempo ha proseguito scioccamente il suo cammino, decidendo di ammassare una serie di volgari presenti su di questo presente perfetto, almeno io devo avere l’onestà di ricordarlo per tutta la vita. Io conservo il dovere della memoria.

Fonti:

Traduzione di Vincenzo Streppone

Eduardo Sacheri, Me van a tener que disculpar, dal libro Esperándolo a Tito y otros cuentos de fútbol

Articolo di Ovación: http://www.diariouno.com.ar/ovacion/una-perlita-recordar-me-van-tener-que-disculpar-20141004-n142898.html

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