Ecco come Simone Inzaghi è uscito dall’ombra del fratello Pippo, diventando il miglior giovane allenatore d’Italia

SEMBRAVA UNA SFIDA IMPOSSIBILE, ma alla fine la Lazio l’ha resa possibile. La Juventus è rimasta imbattuta a Torino per più di due anni, un’inesorabile, imponente forza che ha lasciato dietro di sé sei scudetti, vinti tutti d’un fiato.

Nessuno si aspettava davvero una fine ingloriosa di questo record, tranne in casa Lazio. “Abbiamo raggiunto qualcosa di importante stasera,” ha detto Simone Inzaghi dopo la vittoria per 2-1. E ha assolutamente ragione: si tratta di uno spartiacque, una vittoria dal significato tangibile. “Questo risultato entrerà nella storia del club.”

Per la Lazio c’è ancora lavoro da fare. Sotto la guida di Inzaghi sta vivendo un’eccitante mini-resurrezione, ma il giovane e perspicace allenatore non si sofferma troppo sulla vittoria contro i campioni in carica. Con la vittoria ha agganciato la Juventus in classifica e per la prima volta dopo tanto tempo la Lazio è tornata nell’élite della Serie A. Alla base dei recenti successi troviamo un Inzaghi che emerge dall’ombra del fratello maggiore e si afferma come un astro nascente della classe di allenatori italiani.

Gli Inzaghi, Filippo e Simone, sono nati nel piccolo paese di San Nicolò, vicino Piacenza. Filippo, o meglio Pippo, è nato tre anni prima di Simone il quale all’età di 8 anni era compagno di squadra del fratello maggiore e capitano della squadra del loro paese.

Simone dimostrava già una certa inclinazione verso la leadership. Inoltre aveva occhio per i dettagli. I suoi amici ricordano come fosse capace di elencare i giocatori di qualsiasi squadra e quali fossero i loro punti deboli e quelli di forza o in quale posizione si esprimessero al meglio.

Pippo, invece, era monotematico. Segnava caterve di gol e alla fine l’ha fatto diventare il suo lavoro. Simone ha seguito le sue orme, ma sembrava come se gli mancasse sempre qualcosa, se faticasse a tenere il passo. I due ragazzi di San Nicolò sono entrambi alti e con capelli neri e lunghi, accomunati dallo stesso stile di gioco. Entrambi attaccanti ed entrambi pieni di talento, ma la loro rivalità fraterna non ha mai minato il loro rapporto.

Anzi, i due si sono sempre sostenuti a vicenda. Quando i bambini chiedevano a Pippo di giocare con loro, mamma Marina diceva sempre “Solo se fate giocare anche Simone”.

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Simone alla fine giocava e i fratelli Inzaghi imparavano a lavorare insieme. Il loro rapporto fraterno era ben lontana da quella ben più famosa di Romolo e Remo. Tuttavia, Simone deve aver risentito del fatto che Pippo abbia raggiunto il successo molto più velocemente di lui. Chissà, forse risente anche del fatto che, spesso, viene nominato solo in relazione al fratello maggiore.

Quando Pippo viene ingaggiato dalla Juventus nel 1997, Simone gioca ancora nella vecchia Serie C1 con il Brescello. Ma un anno dopo firma per il Piacenza e l’anno dopo ancora arriva a firmare un contratto con la Lazio. Giocavano entrambi in Serie A, entrambi figure di rilievo, ma Pippo continuava a essere un passo avanti Simone. Comprensibile: alla fine della sua carriera SuperPippo potrà contare tre scudetti, due Champions e un Mondiale.

Simone, invece, uno scudetto, due coppe nazionali e una Supercoppa europea. Ha segnato molti meno gol di Pippo, ha giocato solo tre volte con la maglia della nazionale e, lontano da Roma, è conosciuto come il fratello minore di Pippo.

Ma l’inferiorità non è contemplata in casa Inzaghi. Quando la Lazio di Simone, alla fine della stagione 1999/2000, era sopra alla Juventus di Pippo di tre punti non era un dramma che un fratello avesse superato l’altro. “Comunque vada a finire lo scudetto rimane in famiglia,” dichiarò Simone. “Per lo meno chi perde potrà consolarsi pensando che ha vinto suo fratello,” parola di padre Giancarlo. Alla fine Simone e la sua Lazio vinceranno il campionato, finendo un punto sopra la Juventus.

Anche se come centravanti non è riuscito a raggiungere il fratello, in Simone c’era una certa sagacia, una meticolosità che suggerivano un potenziale futuro da allenatore. I suoi compagni di squadra lo chiamavano l’Almanacco ed era famoso per il suo interesse morboso per i dettagli. Marina Inzaghi sperava che i figli diventassero medici, qualora non fossero diventati calciatori, ma Simone è ragioniere e lo si può notare dal suo approccio analitico.

Anche il suo stile di gioco era più elaborato di quello del fratello. La mente di Simone sembra essere perfetta per il ruolo di allenatore. Acculturato e di ampie vedute si è imbarcato in questa nuova avventura pronto a scrollarsi di dosso l’etichetta del fratello meno vincente.

“Il mio obiettivo è sempre stato quello di diventare allenatore della Lazio” ha dichiarato Simone nel 2016. Dopo sei stagioni da allenatore nelle giovanili, durante le quali ha portato gli under 20 alla vittoria di due coppe nazionali e a un passo dalla conquista del titolo, ha raggiunto il suo obiettivo. “Sono orgoglioso e non vedo l’ora di iniziare, sono allenatore adesso ma voglio restare a lungo su questa panchina.”

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Alla fine sulla panchina ci è rimasto a lungo ma inizialmente il suo ruolo era solo temporaneo. Si è seduto sulla panchina solo per sostituire l’esonerato Pioli alla fine della stagione 2015/2016, dopo una sconfitta per mano dei rivali cittadini della Roma. Con sette partite rimaste di una stagione deludente, la Lazio era alla ricerca di una figura stabile. E Inzaghi era quello giusto, sebbene la situazione fosse difficile.

Aveva ereditato una squadra vessata dagli infortuni di De Vrij, Radu, Basta e Hoedt. Per non parlare della negatività che circolava nell’ambiente. I già noti ultrà laziali dopo la sconfitta con la Roma invasero Formello, costringendo la polizia a intervenire e finendo sui giornali.

C’era bisogno di un cambiamento positivo sia sul campo che fuori. Inzaghi ha portato la squadra in una sessione di team-building a Norcia, a 160 chilometri dalle colline umbre. Poi è arrivato il giorno del primo allenamento, giorno anche del suo 40esimo compleanno. “Ho visto che i ragazzi sono pronti a lavorare” affermò.

Ma non era abbastanza da calmare i tifosi. Infatti alla prima sessione di allenamento si presentarono anche loro, cocenti di rabbia. Il nuovo allenatore ha accompagnato i giocatori in un colloquio con gli ultrà che chiedevano più tenacia. La squadra li aveva delusi e non erano soddisfatti.

La prima partita di Inzaghi ha allentato un po’ la tensione. Un 3-0 secco al Palermo. Un nuovo inizio che ha portato la Lazio a concludere la stagione all’ottavo posto. I problemi erano ancora lì e non erano facilmente risolvibili ma c’erano segnali incoraggianti come disciplina tattica e un reparto offensivo più fluido, tutte qualità che prima mancavano.

Alla fine della stagione Inzaghi lasciava il posto a Marcelo Bielsa, due allenatori agli antipodi. Per Simone le cose sarebbero andate in maniera totalmente diversa se “El loco” non avesse rinunciato all’incarico solo dopo due giorni. La Lazio ha allora deciso di tornare sull’italiano di nuovo come seconda scelta, forse perché veniva visto ancora come giocatore, ma ciò non ha scoraggiato Inzaghi che invece ci vedeva una seconda occasione. Era il suo momento di iniziare una nuova stagione e di costruirsi una reputazione.

L’estate tumultuosa che ha preceduto la sua prima stagione da allenatore è difficilmente immaginabile. L’addio di Bielsa è arrivato dopo una delle stagioni più deludenti del club e ha lasciato l’ambiente nel caos. In molti si erano preparati al peggio, c’erano molti dubbi e il sentimento prevalente era il pessimismo. Ma Inzaghi ha portato moderazione e calma in una situazione dalla quale in molti sarebbero stati sconvolti e sommersi.

Caratterizzato da un’imperturbabile stato di calma, ha vissuto da vicino la crisi del club in maniera silente e sapiente. Da vero pragmatico. La scorsa stagione ha guidato la squadra al quinto posto, riportandola a disputare una competizione europea, distanziando Milan e Inter di 16 punti. E come se non bastasse è riuscito a portare i suoi ragazzi in finale di Coppa Italia dove sono stati poi sconfitti da un’indomabile Juventus.

Il gioco con Pioli era insipido, a tratti ampolloso, ma con l’arrivo di Inzaghi è totalmente cambiato. Con una mentalità da ex-giocatore, ha instillato fluidità al reparto offensivo, coadiuvato dall’impressionante coppia Keita Baldé-Ciro Immobile. I due hanno messo a segno 39 gol in campionato e solo tre squadre hanno segnato più della Lazio.

Era tangibile l’enfasi offensiva ma era tutto tranne che sfacciata e sproporzionata. Inzaghi ha spesso apportato piccole modifiche tattiche per adattarsi alle varie sfide, passando dalla difesa a tre a quella a quattro. La mano di Inzaghi poteva essere considerata inesperta o inattesa, tuttavia iniziava ad attirare l’attenzione. “Simone ama la Lazio, era sempre stato il suo sogno” ha detto Pippo a metà stagione. “Prepara meticolosamente le partite. Sta dimostrando la testardaggine e l’attenzione di un allenatore navigato”.

Ci sono abbastanza prove per dire che Inzaghi sia un talento precoce. Pochi altri giovani allenatori hanno avuto un impatto positivo così velocemente e in una situazione così complicata. Dopo essere approdati in Europa, la scorsa stagione è iniziata con un trofeo, cosa che da quelle parti non si vedeva da quattro anni. L’ultimo era stato la Coppa Italia del 2013 e adesso, dopo quattro, ha battuto nel doppio scontro la Juve di Max Allegri.

Poi l’ha battuta di nuovo, a Torino, e l’Italia se n’è accorta. Le due vittorie sono la dimostrazione dell’elasticità della Lazio di Inzaghi. Hanno sempre segnato con facilità e giocato un bel calcio ma quando si tratta di affrontare squadre tecnicamente superiori preferiscono sacrificare il possesso palla per adottare uno stile di gioco aggressivo e difensivo per poi ripartire in contropiede.

Il merito è anche di strepitose performances individuali. De Vrij, Milinković-Savić e Immobile si sono messi in mostra sotto la guida di Inzaghi.

Anche Pippo allena. Diversamente da Simone, la sua fama l’ha preceduto ed è diventato allenatore del Milan solo dopo due anni essersi ritirato dal calcio giocato. La scelta non ha pagato. È stato esonerato dopo solo un anno, nel 2015, vincendo solo il 35% degli incontri disputati. Adesso allena il Venezia in Serie B e, sebbene abbia conquistato la promozione e attualmente si trovino al secondo posto in campionato dopo 10 partite, adesso è lui che deve raggiungere il fratello.

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Simone è stato accostato alla panchina della Juventus come successore di Allegri, come uno dei migliori allenatori emergenti. “Si è preso un anno sabbatico” ha detto Simone su Pippo prima che si sedesse sulla panchina del Venezia. “Sta continuando a studiare e a prepararsi per una nuova avventura la prossima stagione. Spero che le nostre carriere siano piene di successi.”

“Da ragazzi leggevamo la Gazzetta dello Sport ogni giorno, studiando le formazioni. Siamo cresciuti a San Nicolò, a cinque minuti da Piacenza ed è in questa città che abbiamo iniziato a giocare nelle giovanili per poi arrivare in prima squadra, lui in Serie B io in Serie A. Pippo è sempre stato per me fonte di ispirazione.”

Forse presto Simone lo sarà per Pippo.

 

 

Scritto da Callum Rice-Coates per These Football Times

Pubblicato il 24/10/2017

Tradotto da Federico Leone

Link: https://thesefootballtimes.co/2017/10/24/how-simone-inzaghi-stepped-out-of-pippos-shadow-to-become-italys-best-young-manager/

 

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