Il ritorno trionfale di Ibra, sintomo del declino inesorabile del Milan

L’ex club di Silvio Berlusconi, in difficoltà sportiva ed economica, si affida al gigante svedese di 38 anni per risollevare una squadra in caduta libera.

Richiamare otto anni dopo l’ex che vi ha lasciato e che nel frattempo è diventato meno appetibile e ancor più cattivo di prima, è sinonimo di amore o disperazione?

L’accoglienza trionfale riservata dal Milan a Zlatan Ibrahimovic, tornato lunedì 6 gennaio a indossare la mitica maglia rossonera a San Siro per un nuovo accordo di sei mesi – con possibile prolungamento -, la dice lunga su quanto sia caduto in basso il club sette volte campione d’Europa. Rovinato da una politica salariale scellerata, da campagne trasferimenti dispendiose e spesso falllimentari (citiamo tra gli altri i casi di Leonardo Bonucci, André Silva o Hakan Çalhanoglu) e da continui cambi in panchina, il Milan oggi si trova a essere un club di mezza classifica in Serie A. Club che accoglie oggi come salvatore della patria un giocatore che si è dimostrato certamente brillante nelle due stagioni disputate nella MLS americana, ma che in Italia dovrà vedersela con avversari di caratura ben diversa. “Sono una Ferrari in mezzo alle Fiat”, con queste parole Ibra si era descritto durante la sua permanenza negli USA. Una Ferrari d’epoca, tuttavia. Ibra oggi ha 38 anni e già da più di 20 milita tra i professionisti. Il trasferimento di un altro Svedese, Dejan Kulusevski, che a soli 19 anni si è accasato alla Juventus per 35 milioni, la dice lunga sul divario che separa oggi le due squadre. Mentre la “Vecchia Signora” getta le basi per il futuro, il Milan si trova invece costretto ad arrangiarsi come può per restare a galla.

« Ibra può cambiare la nostra stagione »

Lunedì pomeriggio contro la Sampdoria San Siro si era vestito a festa, facendo registrare il quasi tutto esaurito nonostante l’avversario non proprio di prima fascia, per il ritorno del “Leone”, come Zlatan ama definirsi. “Una nuova sfida da vivere insieme, bentornato Ibra”, aveva scritto la Curva Sud su uno striscione. I milanisti si ricordano bene dei suoi trascorsi fortunati – campione d’Italia nel 2011, capocannoniere nel 2012 – eppure la loro memoria non è certo selettiva: su un altro striscione scritto con il pennarello nero campeggiava il punteggiato dell’ultima sfida disputata in trasferta dai rossoneri: “Atalanta-Milan: 5-0”.

A Bergamo, il 22 dicembre 2019, il Milan ha infatti subito la sua peggior sconfitta da 20 anni a questa parte che ha fatto andare su tutte le furie anche una sua vecchia gloria, Zvonimir Boban : ” È stato imbarazzante, il Milan non può essere questo” aveva tuonato il Croato, oggi dirigente del club. “Non pensiamo che un anno o sei mesi saranno sufficienti a far rinascere il Milan di Berlusconi, ma devono comunque vedersi dei miglioramenti”.

L’avvento di Ibrahimovic, che ha a sua volta corteggiato il Milan per tornare, può rappresentarne una? “Siamo certi che Ibra potrà cambiare la nostra stagione e dare una mano a tutti”, ha affermato Boban. Grande responsabilità dunque per un giocatore che dopo il suo addio “da leggenda” dal Paris Saint Germain non ha impressionato certo al Manchester United – il suo passaggio in Inghilterra ha arricchito soprattutto gli ospedali. Zlatan stesso lo ha detto: questo ritorno a Milano è un’ultima occasione nella sua carriera e non prolungherà il contratto per il prossimo anno se non saprà lasciare il segno e aiutare il club in questi mesi.

Il suo ingresso in campo lunedì ha dato intanto qualche indizio: Ibra corre meno che a Parigi, ovvero non si muove più molto, ma la sua presenza si fa comunque sentire per statura, tecnica e senso di gioco, tre caratteristiche che in questo momento mancano nell’attacco milanista. Ha servito i compagni, creato spazi, tirato in porta a due riprese. Il suo ingresso ha ridato fiducia al Milan e con i suoi gesti e incoraggiamenti ha già mostrato quello che può portare al team – tutto starà ora a vedere se ottimismo e buona volontà iniziali persisteranno se i risultati continueranno a essere deficitari. Nell’occasione non è riuscito a mettere a segno una rete che gli “sarebbe piaciuto segnare sotto la curva ed esultare facendo il segno di Dio”.

Dieci anni dopo la chiamata di Berlusconi

Questa stagione si sta rivelando finora avara di emozioni per gli spettatori del Meazza di fede rossonera. Il Milan è dodicesimo in classifica e segna meno di una rete a partita. L’Europa League da cui è stato escluso quest’anno per non aver rispettato le regole del fair play finanziario oggi sembra un obiettivo lontano – l’ultima posizione utile per la qualificazione è occupata al momento dal Cagliari, modesto club sardo, sette punti avanti al Diavolo.

Altra coincidenza che fa riflettere: dieci anni fa Ibra atterrava a Milano per conquistare lo Scudetto, su espressa richiesta del patron Silvio Berlusconi, allora presidente del consiglio italiano. Altri tempi.

Lunedì era presente a San Siro per la prima volta da mesi, il suo successore Gordon Singer, figlio del fondatore del fondo Elliott, che oggi detiene il club dopo l’insolvenza dei precedenti proprietari cinesi. Lo spettacolo a cui ha assistito lo avrà spinto ad accelerare la vendita al gruppo di Bernard Arnault, entrata “in una fase decisiva” secondo il quotidiano La Repubblica, citando gli “ambienti finanziari” italiani? La famiglia Arnault si troverebbe dunque ad acquisire due giganti invecchiati, di cui uno, tuttavia, sembrerebbe passarsela meglio dell’altro…

Fonti

Traduzione di Andrea Palazzeschi dell’articolo di Clément Guillou “Le retour triomphal de Zlatan Ibrahimovic, symptôme de la dégringolade du Milan AC” pubblicato il 7 gennaio 2020 su Le Monde Sport.

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